Vecchie e Nuove Edizioni

Alla giornata di studi “L’albo illustrato esperienze, teorie e pratiche a confronto” organizzata da AIB presso la Biblioteca Nazionale di Roma, Paolo Canton, una delle menti fondatrici della casa editrice @topipittori, ha raccontato quanto possa variare il tempo di incubazione di un albo illustrato e che quel tempo ha un valore sia artistico che commerciale, possiede un peso che poi si trasformerà nella vita di quell’opera. Un aspetto che avrei voluto approfondire, oltre a ciò che garantisce la “durata” di un albo, riguarda il processo decisionale di una casa editrice nell’acquisire i diritti di un’opera da ripubblicare dopo molti anni. Quali riflessioni guidano gli editori nella scelta del formato, della carta, del colore, della grafica se un esemplare, oltretutto vincente, esiste già? E se l’albo fosse tradotto dalla versione originale, cosa cambierebbe oltre alla lingua? Esiste un tempo specifico, legato a correnti stilistiche o mode, che appartiene all’albo illustrato? Ultima riflessione: gli interventi editoriali apportati nelle riedizioni migliorano davvero l’opera?

In questo spazio desidero confrontare alcune opere iconiche, ripubblicate nel corso degli anni grazie all’attento lavoro di ricerca delle case editrici italiane. Questi editori hanno saputo introdurre in Italia produzioni ormai considerate le origini dell’albo illustrato. Inoltre, sono appassionata di indagini editoriali: spesso cerco vecchie o prime edizioni delle opere in mio possesso, affascinata da ciò che è cambiato o si è perso nel tempo.

Iniziamo con la fascia dei più piccoli, proponendo la collana “Primilibri” di Helen Oxenbury, pubblicata per la prima volta nel 1991 da Emme Edizioni ed Einaudi. Nel 2021 la serie è stata rinnovata e ribattezzata “A bocca aperta” dalla casa editrice Camelozampa, che ha ristrutturato gli albi grazie anche al prezioso contributo scientifico della Prof.ssa Silvia Blezza Picherle e del Prof. Luca Ganzerla.

Possiamo già osservare delle differenze nello stile del font e nel layout: nella prima edizione italiana il carattere è più morbido e dinamico, mentre nella versione attuale risulta più nitido e leggibile. Probabilmente l’ingrandimento del font ha richiesto una riduzione delle dimensioni dell’immagine principale, un effetto visivo assente nella vecchia versione, dove il bambino occupa quasi l’intera copertina. Il formato è stato allungato di 1 cm, rendendo la copertina più quadrata.

Prima di passare alla sezione interna, vorrei soffermarmi sulla quarta di copertina che presenta l’intera collana. Il primo dettaglio che colpisce è il numero di libri: che fine ha fatto “La mia famiglia”? Inoltre, tutti i titoli sono espressi in forma di azione (eccetto “Amici”), probabilmente per sottolineare lo stile dinamico delle posture dei personaggi dell’artista e per coinvolgere il lettore in una dimensione attiva e universale: non è più “I miei giochi” ma “Mi diverto”. L’aggiunta della firma dell’autrice conferisce un tocco personale all’opera, un dettaglio che ho apprezzato molto.

Forse dalle foto non si percepisce appieno, ma le illustrazioni della vecchia edizione (a sinistra) sono straordinarie per i colori e il tratto: si distinguono chiaramente la trama della carta, la stesura del pennarello o acquerello e le interruzioni e marcature della penna nelle linee. Anche le tonalità del colore, seppur influenzate da vari fattori di stampa, risultano leggermente più saturate. È stato un lavoro di recupero faticoso e meritevole, che ci permette di ritrovare sui nostri scaffali un’opera preziosa per la prima infanzia. Se mai avrete occasione di sfogliare l’edizione Emme, sarà un vero piacere per gli occhi.

In quest’altro caso, la restaurazione è stata eseguita sull’opera originale del 1985, pubblicata in Italia nel 2022 sempre da Camelozampa. La prima e la quarta di copertina sono state private dalla texture a quadretti, migliorando notevolmente la leggibilità delle immagini e donando uno spazio più pulito e visivamente armonioso. Il font è stato mantenuto, mentre le immagini sono state rese fedeli alla versione inglese.

Continuiamo… Babette Cole è una delle mie illustratrici e autrici di albi illustrati preferite, e la sua opera mi sta molto a cuore. In Italia possediamo pochissimi esemplari delle sue creazioni, la maggior parte disponibili solo in lingua originale. Autrice degli anni ’80, è riuscita a farsi conoscere nel nostro paese soprattutto negli anni ’90 con alcuni titoli. Ma perché la sua vasta produzione resta poco diffusa in Italia? Con un’ironia acutissima e pionieristica per il suo tempo nei libri per bambini, affronta temi ancora considerati delicati, come in “Drop Dead”, tradotto in Italia come “Crescere, che sballo!”. Dov’è finita la parola “morte”? 

La storia racconta di due nipoti che chiedono ai nonni perché sono vecchi e rugosi. Nel rispondere, i nonni ripercorrono tutte le tappe della loro vita, mostrandone la pienezza attraverso le esperienze vissute, fino a concludere: “Anche se abbiamo vissuto avventure pericolose come tutti, un giorno moriremo come tutti. E allora potremo essere riciclati in tante forme, come cipolle sottaceto, un fantasma, un alieno…” La morte viene raccontata come un passaggio naturale, con uno stile illustrativo davvero comico. Spero che qualche editore illuminato scelga di riportare alla luce questa straordinaria illustratrice.

Passiamo ora a uno dei pochi titoli ancora pubblicati da Mondadori dal 2018: La mamma ha fatto l’uovo! La prima edizione della Emme risale al 1993.

Oltre a un cambio di font e di impaginazione, un dettaglio significativo della prima di copertina dell’edizione degli anni ’90 sono le decorazioni dietro l’immagine centrale. Sullo sfondo si possono vedere disegni a matita di una donna nuda incinta, realizzati con uno stile grafico tipico dell’infanzia, accompagnati da spermatozoi (sì, avete letto bene) che incorniciano la scena. Questi piccoli elementi decorano anche i risguardi, creando un effetto di carta da parati. Nella quarta di copertina si comprende il significato di queste immagini di sfondo e quale sarà il tema centrale della storia. Peccato che nella nuova edizione questi dettagli siano stati eliminati.

Alla sezione iconografica non sono state apportate modifiche rilevanti e la stampa rimane sostanzialmente fedele alla vecchia edizione. Al contrario, è stato svolto un lavoro significativo sul testo, riadattandolo e sostituendo alcuni termini. L’incipit della prima edizione si apre con una narrazione fiabesca: “Un bel giorno mamma e papà entrano in soggiorno e dicono: Bene, bene, bene. È ora che sappiate come si fanno i bambini”. Nella nuova edizione invece si legge: “Bene”, annunciano mamma e papà, “è proprio ora di dirvi come si fanno i bambini”. A mio modesto parere, preferisco la prima versione, che risulta più teatrale e fedele allo stile dell’autrice. La ripetizione “bene, bene, bene” scandisce un tempo di attesa che i genitori si prendono prima di dare la notizia. Anche i contastorie usavano ripetizioni per temporeggiare durante le loro narrazioni; quella lunga pausa creava suspense per mantenere l’attenzione del pubblico, ma permetteva anche di adattare la storia al contesto locale o di ricordare i passaggi successivi.

Dopo l’annunciazione, i genitori iniziano a fornire varie spiegazioni su come si concepisce un bambino, oscillando tra credenze e miti lontani da una prospettiva scientifica. È divertente vedere questi adulti in difficoltà mentre affrontano un argomento delicato, ma fondamentale per l’infanzia, che necessita di conoscere e comprendere. La traduzione Mondadori modifica, elimina o riduce alcuni termini: ad esempio, “le bambine sono fatte di zucchero, miele e un sacco di altre cose buone” diventa “le bambine si fanno con zuccherini, spezie e mille altre delizie”. Nella spiegazione di come si fanno i bambini, il termine “i maschi” viene sostituito da “i bambini”, un cambiamento importante per allontanarsi dagli stereotipi. I momenti più significativi sono quando i bambini ridono dei propri genitori, prendendosi gioco delle loro fandonie: nella prima edizione si usa il termine “cretinate”, che nella versione attuale diventa “un mucchio di sciocchezze”. Inoltre, quando raccontano la verità sulla procreazione attraverso i disegni, il termine “palline” viene sostituito da “baccelli porta-semi”. Per descrivere l’atto dell’accoppiamento, invece di “infilarci il tubetto”, si dice che “ci si mette molto attaccati”. Ci sono altri dettagli interessanti nel testo: vi invito a cercare in biblioteca l’edizione Emme per fare un confronto e portare in classe entrambe le versioni per discutere con i bambini e le bambine sull’albo e sulle scelte editoriali adottate. Quale storia li ha convinti di più? Quale versione la racconta meglio? Cosa cambia tra le due copertine?

Per ora vi propongo queste due opere come punto di partenza per creare delle impressioni. Prometto che ci saranno altri lavori in arrivo, già in fase di preparazione. Con questa riflessione aperta desidero stimolare un confronto con le nostre case editrici, per riportare alla luce autori dimenticati o che meritano un posto tra gli scaffali e che, con grande fatica e coraggio, hanno contribuito alla diffusione dell’albo illustrato nel nostro Paese, grazie soprattutto all’impegno di Emme Edizioni e di Rosellina Archinto.

Con queste considerazioni il mio obiettivo è offrire a bambinə e ragazzə edizioni diverse, su cui poter sviluppare una critica letteraria approfondita, anziché inseguire continuamente le ultime novità come in una gara a chi le scopre per primo. Diamo valore anche a ciò che ha resistito nel tempo, riconoscendone l’importanza e la qualità.

La mia riflessione non ha l’intento di giudicare se il lavoro di recupero sia stato svolto con dignità nei confronti dell’albo illustrato, ma vuole piuttosto sostenere con convinzione questo fondamentale processo. In conclusione, un sentito ringraziamento agli editori che, con passione, affrontano le sfide del mercato per preservare la qualità artistica delle opere, dedicandosi alla ricerca di grandi storie da raccontare ai lettori di ogni età.

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